Scalare il Kilimangiaro, la montagna più alta dell’Africa, è stato molto più che un’avventura: è stato un viaggio interiore che mi ha messa alla prova fisicamente, emotivamente e mentalmente.
Quando ho deciso di affrontare questa sfida, non immaginavo quanto significato potesse racchiudere il motto locale “Pole Pole” – “piano piano”.
Questa semplice filosofia ha accompagnato ogni mio passo verso la vetta, insegnandomi il valore della pazienza, della resilienza e della perseveranza. Un concetto che rispecchia perfettamente anche il messaggio del mio libro Il Potere dei Piccoli Passi, in cui esploro come piccoli, costanti progressi possano portare a grandi trasformazioni.
Questa incredibile avventura non l’ho vissuta da sola: accanto a me c’erano le mie straordinarie compagne di viaggio, Viola, Mari, Anna, Alice ed Elena. Con loro ho condiviso ogni fatica, ogni risata e ogni emozione. Insieme abbiamo scoperto la bellezza del sostegno reciproco, soprattutto nei momenti più difficili.
La partenza: Arusha e Mandara Hut (2.720 m)
Il nostro viaggio è iniziato ad Arusha, dove abbiamo preparato tutto il necessario per la scalata. L’emozione era palpabile mentre raggiungevamo l’ingresso del parco, pronti a immergerci in una natura che prometteva di sorprenderci. La prima tappa ci ha condotti al rifugio Mandara Hut, a 2.720 metri, attraverso una foresta pluviale rigogliosa. Camminare in questo ambiente vivo e umido, con il suono degli uccelli e il profumo della vegetazione, è stato il primo passo verso un mondo completamente diverso. Nonostante la bellezza, la pioggia battente e il terreno fangoso hanno reso questa sezione più impegnativa del previsto.
La salita al Moorland: Horombo Hut (3.720 m)
Il secondo giorno è stato un viaggio verso un paesaggio che sembrava appartenere a un altro pianeta. Lasciata alle spalle la foresta, ci siamo immersi nel Moorland, dove la vegetazione era più bassa, fatta di arbusti e fiori selvatici. Arrivati a Horombo Hut, a 3.720 metri, ci siamo concessi un momento per acclimatarci, con una breve escursione a Zebra Point (3.980 m). Questo punto panoramico, caratterizzato da formazioni rocciose striate, ha offerto una vista mozzafiato e un senso di serenità che mi ha dato nuova energia per continuare.
La sfida dell’altitudine: Kibo Hut (4.703 m)
La tappa successiva ci ha portati al rifugio Kibo, a 4.703 metri, dove la vegetazione si era ormai completamente diradata, lasciando spazio a un paesaggio lunare. Qui il freddo era pungente, e il corpo cominciava a sentire seriamente gli effetti dell’altitudine. Respirare diventava più difficile, e ogni movimento richiedeva più sforzo. Il silenzio della notte al rifugio, rotto solo dal vento, mi ha fatto riflettere sulla vastità di ciò che stavo vivendo e sull’imminente scalata verso la vetta.

La salita verso Gilmans Point (5.681 m) e Stella Point (5.756 m)
Siamo partiti all’una di notte da Kibo hut dopo aver bevuto un caffè caldo e qualche biscotto, camel bag e borracce pronti.
Nessuna è riuscita a dormire più di un paio d’ore, io zero.
Il cielo era limpido e stellato e si vedevano le luci delle città a valle.
1 accompagnatore per ogni persona, in totale eravamo 6 di noi, 2 guide e 4 porter.
Sono molto attenti ad ogni cosa, già dai giorni precedenti ci raccomandavano di bere almeno 3 litri di acqua e ogni sera misuravamo saturazione e pulsazioni.
In fila indiana, frontali accese e l’immancabile POLE POLE, piano piano che come ci consigliavano ogni giorno è il segreto per ogni cosa.
E oggi ancora di più, avendo davanti 1200 metri di dislivello in 6 km, ma a 5000 metri è tutto più amplificato.
Solo loro cantavano, anche per incoraggiarci a procedere, ci hanno motivato per tutto il tempo.
In lontananza vedevamo le frontali accese dei gruppi partiti prima di noi che nemmeno tanto pole pole abbiamo superato lungo il percorso.
Sono partita senza prendere il Diamox, fino al giorno prima non avevo avuto problemi, ma la paura dei sintomi dell’alta quota c’era vecchio ricordo del Campo Base Everest, sono comunque andata senza usarlo, anche se forse avrei dovuto.
Fino ai 5300 metri tutto bene, poi l’alta quota ha iniziato a farsi sentire, testa ovattata e una gran nausea unita alla paura di dovermi girare.
Ma l’obiettivo della cima era più forte, mi immaginavo la foto con il libro “il potere dei piccoli passi” dal cartello e ancora di più Pole Pole e sguardo focalizzato solo sui piedi della guida che procedevano lenti davanti ai miei come avevo fatto in Nepal.
Un po’ di sconforto e pianto sui 5500 all’idea di quanto fosse ancora lunga, ho lasciato lo zaino ad uno dei porter che mi ha affiancata poi per tutto il tempo (ad un certo punto nel momento di massimo svarionamento mi ha addirittura aiutato a infilarmi i guanti, ricordo con molto affetto quel momento).
Ci dicevano di bere, ma ormai l’acqua nelle borracce e nel camel bag era giacciata, in più in particolare io non riuscivo ad ingerire nulla.
La nausea non mi ha più abbandonata, forse sarebbe stato meglio vomitare ma non sono riuscita e finalmente dopo un breve tratto di roccette su cui arrampicare ancora al buio alle 5:30 siamo arrivate a Gilmans point il primo cartello, vi assicuro un miraggio.
La vetta: Uhuru peak (5.895 m)
Lo sforzo maggiore era fatto, iniziava il pezzo con la neve per arrivare a vedere un’alba meravigliosa alle 6 a Stella Point.
Gli occhi che si riempiono di meraviglia uno spettacolo indescrivibile e il cuore colmo di gioia.
Qualche foto per ricordarci del momento e ancora avanti verso Uhuru peak.
Quel tratto in cui dici “ormai è fatta, forza Leslye l’ultimo sforzo” ma che è un tratto interminabile perché non ne hai più se non nel tuo obiettivo di arrivare.
Quel tratto in cui ogni passo che a 1000 metri faresti volando qui è come avere delle zavorre ai piedi che ti rallentano.
In cui se fai uno sforzo in più ti manca l’ossigeno, come quando Viola per celebrare il potere dei piccoli passi mi ha fatto un video e sono scoppiata a piangere non riuscendo a respirare.
Quel tratto in cui l’unione del gruppo è la forza che ti serve e una mano e un abbraccio fanno la differenza.
Con chi ti aspetta in vetta per abbracciarti e celebrare insieme un momento a dir poco unico.
Perché il Kilimanjaro non è stato per me solo arrivare in cima, ma tutto quello che c’è dietro, sia a livello di preparazione fisica e mentale sia di unione e umanità.
Viola, Mari, Elena, Alice e Anna, ricordo ognuna di loro, ogni parola, ogni sguardo, ogni risata, ogni difficoltà.
Il Kilimanjaro è stato per me un coronamento del 2024 e la dimostrazione che davvero a piccoli passi puoi arrivare ovunque.
Dopo qualche foto a Uhuru peak e un the caldo iniziamo la discesa e con essa a stare meglio solo dopo un’ora e mezza.
I sintomi dell’alta quota spariscono scendendo, ma una prossima volta userò il diamox, perché purtroppo non essendo al 100% non sono riuscita a godermi la vetta e molte cose le sto ricordando guardando i video.
Ringrazio di cuore Mosis e Regan per il loro supporto sia dal punto di vista fisico e mentale, ad un certo punto Mosis in discesa mi ha fatto un massaggio alla testa, non ho capito bene per cosa, credo forse per riattivare la circolazione in testa.
Il terreno della discesa con ghiaione ci ha permesso di accelerare un po’ (un po’ come le scaglie scendendo dal Mongioie) e alle 10:20 eravamo di nuovo al Campo Base Kibo hut a 4700 metri.
Una dormita di un’oretta, un brunch con empanadas di verdure che ci sono scese fino in fondo alle unghie dei piedi,e di nuovo discesa verso Horombo Hut percorrendo la stessa strada dell’andata.
Felici come bambine, stanche come non mai, ma l’adrenalina ci teneva su e il miraggio di un bel washi washi ai piedi 🙂 ci ha dato la forza per altri 10 km e 1000 metri di dislivello in discesa.
(loro chiamano washi washi la bacinella con l’acqua calda che ti portano al mattino e dopo il trekking)
Un giorno che non dimenticherò mai ❤️
Cosa abbiamo mangiato
Durante la scalata, il menu era semplice ma nutriente: riso, patate, banane cotte, frutta fresca, poca verdura e poca carne. Nonostante questa dieta fosse molto diversa dalle mie abitudini e da ciò che insegno, sono rimasta sorpresa dalla resilienza del mio corpo: la mia pancia ha retto bene, un segno tangibile di quanto il nostro organismo possa adattarsi anche nelle condizioni più estreme.
Scalare il Kilimangiaro non è solo una questione di forza fisica; è un viaggio che ti insegna a guardarti dentro, ad accettare le difficoltà e a credere nelle tue capacità. È una lezione di vita che mi porterò sempre con me: con pazienza, determinazione e il supporto delle persone giuste, ogni traguardo è raggiungibile, un passo alla volta.
Nel mio libro Il Potere dei Piccoli Passi, ho esplorato come ogni singolo passo, anche il più piccolo, possa condurci a risultati straordinari. La scalata del Kilimangiaro è stata una vera dimostrazione di quanto sia potente il processo di crescita attraverso il giusto ritmo.

PUOI ACQUISTARE QUI IL LIBRO E SCRIVERE NEI COMMENTI LE TUE DOMANDE
NON TE LA SENTI DI SCALARE IL KILIMANGIARO? PARTECIPA AI NOSTRI TREKKING CONSAPEVOLI

